Nuova tappa del brillante percorso di “Teatro a Corte – Premio Giovanni Macchia”, il cartellone di prosa inserito nell’ampio programma di Palazzo Beltrani in una delle migliori stagioni “benedette” da Niki Battaglia.
Questa volta i direttori artistici Enzo Matichecchia e Lella Mastrapasqua hanno tirato fuori dal cilindro un nuovo gioiellino di prosa curato dalla compagnia “Camomilla a Colazione: con “Venerdì 17, un prete di troppo”.
Il gruppo di attori napoletani è coeso e la squadra funziona nei ritmi, nei tempi e nelle emozioni regalate al pubblico soprattutto nel finale.
Il pretesto della vicenda è semplice nelle premesse ma più articolato e complesso nello sviluppo: due preti ed una suora prendono in consegna una chiesa in stato di degrado da risanare. Il richiamo colto a San Francesco “Francesco, ripara la mia Chiesa” è posto in filigrana ed apre una serie d’incontri provvidenziali tra i sacerdoti, la suora ed un tossicodipendente da recuperare (come la chiesa) e che arriverà alla “redenzione” ed alla salvezza atteaverso l’amore e la cura di cui il giovane, residente abusivo nell’edificio sacro diroccato, non aveva mai goduto. Da qui, gli altri “incontri” con la varia umanità del territorio, fino a quello “fatale”.
A questo punto, infatti, dopo una serie di sequenze leggere, ironiche, che ripetono qualche luogo comune e alcune situazioni più da commedia che da “dramma”, con altre che sembrano fare il verso a “Gomorra” culminate in un celebre brano neomelodico “sparato” (Chill’ va pazz’ pe te), si apre uno scenario più complesso.
Si scopre che il giovane redento, oltre che tossico, è collegato al locale clan camorristico, con tanto di boss prepotente e tracotante, minaccioso. Ben presto emerge la contrapposizione tra i preti impegnati a salvare i giovani della locale comunità ed il clan che ovviamente vuole ostacolare il loro operato, in quanto bisognoso di manodopera “fresca” per i suoi loschi traffici.
Il contrasto culmina con l’omicidio di uno dei sacerdoti con un chiaro riferimento ai preti martiri della malavita, da don Puglisi, ucciso dalla mafia, ma soprattutto, per affinità territoriale, a don Peppe Diana, ucciso dai Casalesi.
Lo spettacolo rappresenta un vero e proprio climax drammatico che parte da una condizione più statica nelle parti iniziale e centrale, con situazioni “cicliche”, che rasentano il “tormentone” comico, pur affrontando il delicato tema della tossicodipendenza, fino all’intensitá più marcata e meglio interpretata della parte finale. Credo che possa essere una performance da proporre nelle scuole.





































