Spesso contro i Dialoghi è stata sollevata l’accusa di “essere di parte”, ossia di rappresentarsi come un evento, per impostazione idelogica e tipologia di ospiti, sbilanciato a “sinistra”.
Sono convinto che chi ha mosso spesso questa “accusa”, il più delle volte schierato da parti ideologiche opposte, avrebbe tanto voluto organizzare un tipo di manifestazione appartenente alla “sua parte” ma non ci sia riuscito. A destra è mancato il coraggio e la capacità di formare un gruppo che dalla cultura potesse assurgere a classe dirigente. Perché la cultura forma sempre classe dirigente.
Neanche un surrogato dei Dialoghi si è stati capaci di creare, né tanto meno classe guida ed il prezzo si paga oggi ed è sotto i nostri occhi.
Un tentativo è stato attuato dai gruppi cattolici, quelli sì, un tempo, di creare classe dirigente preparata (vedi DC) ed esperimenti come il Cortile dei Gentili sta a dimostrarlo.
La capacità degli organizzatori dei Dialoghi, – dalla fondatrice Rosanna Gaeta e collaboratori annessi oggi, tra i quali mi piace citare il talentuoso Fabio G. Dell’Olio, addetto stampa di pregio fino al gruppo storico che fin dalle origini ha dato vita alla “creatura” settembrina, Francesca Zitoli, Angela Tannoia, Milly Corallo, Lucia Perrone Capano e Fabiola Diana,- la capacità di questo gruppo, dicevo, è stata quella di creare uno dei pochissimi “marchi” culturali di riconoscimento duraturi ed esportabili all’esterno. Tutto questo garantendo e mantenendo alta la qualità dell’offerta riservata al pubblico.
Personalmente, per impegni di lavoro in questi anni non ho seguito molte edizioni ed incontri della manifestazione, ma quando ho avuto la possibilità di farlo mi sono reso conto che l’accusa di “sbilanciamento”,- pur con un riconoscibile “marchio identitario” comunque voluto, al di là di tutto,- che quell’accusa non stava in piedi poiché spesso sono stati invitati “bastian contrari” che pur muovendosi nell’ “acquario” della sinistra, erano spesso e volentieri critici verso questa parte.
Credo che questa impressione possa essere confermata anche da colleghi che in questi anni hanno seguito in modo anche più costante del sottoscritto la kermesse, da Nico Aurora a Giovanni Di Benedetto o Tonino Lacalamita o la stessa Nunzia Saccotelli, fra quelli più vicini al mondo della cultura. E poi diciamolo, un ospite ricorrente come Marco Travaglio, tanto per fare un esempio, “figlio”, giornalisticamente parlando, di Indro Montanelli non può essere certo definito una penna di sinistra, né tanto meno Flavia Perina…
Nel deserto culturale tranese, con operazioni quanto meno interlocutorie (eufemismo alla massima potenza) stile Supercinema e Impero e con associazioni culturali che succhiano contributi, spesso e volentieri, senza offrire prodotti di qualità o restando anonimi bacini elettorali dei soliti quattro politicanti di provincia, teniamoci stretta la qualità e la continuità dei Dialoghi di Trani. Quello sì, un bacino da cui profili politici come Marco Galiano avrebbero dovuto attingere, con maggiore pazienza e “gavetta”, per crearsi un gruppo forte e coeso per tramutare un laboratorio culturale in classe dirigente. Senza affrettarsi ad affiliarsi ai soliti capetti di turno…





































