La morte di Cosimo Quagliarella, il diciottenne originario di Andria morto dopo essere stato accoltellato a Trani, non dovrebbe essere liquidata con la formula, ormai quasi automatica, della «rissa tra giovani». Lo afferma Aldo Di Giacomo, criminologo ed esperto di fenomeni criminali, responsabile del progetto del Centro Italiano di Analisi Criminologiche, intervenendo sul caso. Secondo Di Giacomo, se la dinamica sarà confermata, il dato criminologicamente più importante è un altro: nel momento in cui un’arma entra in un conflitto tra ragazzi, cambierebbe completamente la struttura della violenza, e quello che fino a pochi istanti prima poteva ancora concludersi con una fuga, una separazione o qualche colpo, diventerebbe improvvisamente capace di produrre la morte.

Un diciassettenne si è presentato ai carabinieri con il proprio legale, ammettendo la materialità del gesto e sostenendo di non avere voluto uccidere e di essersi difeso da un’aggressione. La Procura per i minorenni di Bari sta ricostruendo l’esatta dinamica attraverso testimonianze e immagini di videosorveglianza.

Per il criminologo, è proprio la frase «non volevo uccidere» a porre una questione che va oltre questo singolo procedimento e che, precisa, non anticipa in alcun modo le valutazioni della magistratura: può esistere, osserva Di Giacomo, una distanza enorme tra l’esito che un soggetto dice di non avere voluto e la pericolosità concreta dell’azione che decide di compiere. Secondo l’esperto, questo sarebbe uno dei problemi centrali nella violenza giovanile con armi, perché un coltello non sarebbe semplicemente un oggetto aggiunto a una lite, ma modificherebbe i tempi, la distanza tra i contendenti e soprattutto la possibilità di correggere ciò che si sta facendo: un pugno può essere seguito da un ripensamento, dall’intervento degli amici, dall’allontanamento, mentre l’utilizzo di un’arma da taglio potrebbe produrre in un secondo una conseguenza che nessuno sarà più in grado di cancellare.

Di Giacomo sottolinea però che sarebbe sbagliato trasformare queste considerazioni in un giudizio anticipato sul diciassettenne, ricordando che la sua difesa sostiene una ricostruzione molto diversa da quella inizialmente descritta come rissa, parlando di un’aggressione subita da più persone e persino della presenza di un’arma da fuoco: se questi elementi trovassero riscontro, osserva il criminologo, la lettura dell’intera sequenza dovrebbe necessariamente cambiare, e per questo bisognerebbe lasciare agli investigatori e alla magistratura il compito di stabilire cosa sia realmente accaduto.

Proprio la contrapposizione tra le ricostruzioni, secondo Di Giacomo, renderebbe necessario evitare spiegazioni troppo semplici: al momento non si saprebbe ancora se ci si trovi davanti a una rissa tra due gruppi, a un’aggressione unilaterale, a una reazione difensiva sproporzionata o a una dinamica ancora diversa, ma si sa che un ragazzo di diciotto anni è morto e che un ragazzo di diciassette anni ha ammesso di avere inferto il colpo, sostenendo di non avere voluto quell’esito. È su questa distanza tra azione e conseguenza, afferma il criminologo, che occorrerebbe interrogarsi.

Il criminologo osserva inoltre che tra i giovani esisterebbe spesso una percezione del tempo molto concentrata sul presente, in cui conta rispondere immediatamente alla provocazione, non perdere la faccia, sottrarsi al pericolo o reagire a ciò che viene vissuto come un’offesa, e che l’arma comprimerebbe ulteriormente quel tempo, facendo coincidere quasi nello stesso istante la scelta e la conseguenza: è lì, secondo Di Giacomo, che un conflitto ancora reversibile potrebbe diventare definitivamente irreversibile.

Per il criminologo, il caso di Trani dovrebbe aprire una riflessione diversa dal semplice allarme sulle «baby gang»: etichettare tutto come baby gang, movida violenta o giovani senza valori servirebbe a poco, mentre occorrerebbe capire perché un’arma possa trovarsi dentro una situazione di socialità ordinaria tra ragazzi e perché venga percepita come una possibile risposta all’interno di un conflitto, perché finché questo passaggio non verrà affrontato si continuerà a commentare le morti dopo che sono avvenute.

Di Giacomo conclude affermando che a Trani saranno le indagini a stabilire chi abbia aggredito chi, quale fosse il contesto e quali responsabilità debbano essere attribuite, ma che una cosa si potrebbe già comprendere: quando in un conflitto tra giovanissimi compare un’arma, non aumenterebbe soltanto la violenza, ma si ridurrebbe drammaticamente lo spazio per tornare indietro, e a diciassette e diciotto anni pochi secondi potrebbero dividere una lite da una vita perduta e da un’altra vita irrimediabilmente segnata.