Nelle serate del 31 gennaio e 1 febbraio, il Gaber Club di Trani si è trasformato in un luogo di alta concentrazione simbolica, accogliendo “Io che amo solo te” con “Le Voci di Genova”, progetto ideato e interpretato da Serena Spedicato, con testi originali di Osvaldo Piliego e arrangiamenti di Vince Abbracciante, affiancato sul palco da Nando Di Modugno alla chitarra classica e Giorgio Vendola al contrabbasso.

Non un semplice concerto, né una mera operazione di repertorio, ma un vero dispositivo culturale: uno spettacolo di teatro-canzone che si propone di interrogare, con strumenti critici e sensibilità poetica, una delle stagioni più alte e feconde della musica d’autore italiana.

La cosiddetta Scuola di Genova emerge nello spettacolo non come etichetta storiografica riduttiva, ma come fenomeno intellettuale stratificato, inscritto in un preciso contesto storico e sociale. Negli anni Sessanta, Genova non è soltanto un porto commerciale, ma un porto simbolico: luogo di transito di idee, linguaggi e visioni del mondo.
È qui che una generazione di autori, Luigi Tenco, Fabrizio De André, Gino Paoli, Sergio Endrigo, Umberto Bindi, Bruno Lauzi, elabora una nuova grammatica sentimentale, sottraendo la canzone italiana all’enfasi melodrammatica e riconducendola a una dimensione esistenziale e letteraria, in dialogo con la poesia novecentesca, con il realismo narrativo e con l’intimismo europeo.
Il racconto di Osvaldo Piliego intreccia riferimenti alla letteratura ligure (Sbarbaro, Caproni) e alla grande tradizione europea, da Baudelaire a Prévert, da Camus a Sartre, restituendo l’immagine di un ambiente artistico permeato da una filosofia della disillusione, dell’attesa e dell’assenza.

L’amore cantato da questi autori non è mai consolatorio: è mancanza, scarto, frattura, secondo una concezione profondamente moderna del sentimento, affine alla riflessione esistenzialista e alla sociologia delle relazioni nel pieno della trasformazione antropologica del Paese.

Nel pieno del boom economico, mentre l’Italia si proietta verso un futuro di benessere e consumo, la Scuola genovese compie un gesto controcorrente: riporta l’attenzione sull’interiorità, sulle contraddizioni del progresso, sulla solitudine urbana. In questo senso, lo spettacolo mette in luce il valore sociologico della canzone d’autore come contro-narrazione rispetto all’ottimismo dominante.
Le figure di Tenco e Bindi, in particolare, vengono restituite nella loro radicale alterità: artisti che hanno pagato un prezzo altissimo alla propria coerenza poetica, incarnando una forma di marginalità che oggi definiremmo strutturale.

Il racconto non indulge nel mito, ma ne analizza le condizioni: l’inadeguatezza al sistema, la frattura tra arte e industria, la difficoltà di abitare un tempo che non concede spazio alla fragilità.

Gli arrangiamenti di Vince Abbracciante si muovono consapevolmente nel solco della chanson française, del jazz cameristico e della musica colta europea, evitando qualsiasi tentazione nostalgica. La fisarmonica diventa strumento narrativo, capace di evocare Parigi e il Mediterraneo, mentre la chitarra classica e il contrabbasso costruiscono un impianto timbrico sobrio, quasi ascetico, che lascia respirare il testo.
In questa architettura sonora si inserisce la voce di Serena Spedicato, che sceglie una linea interpretativa fondata sulla sottrazione: niente virtuosismi, nessuna sovrapposizione emotiva. Il canto si fa veicolo di senso, luogo di mediazione tra parola e memoria collettiva, restituendo alle canzoni una nudità espressiva che ne esalta l’urgenza originaria.

La scaletta, da “Mi sono innamorato di te” a “Un giorno dopo l’altro”, da “Che cosa c’è” a “La musica è finita”, fino a “Bocca di rosa” e “Anime Salve”, si configura come un canzoniere dell’esperienza umana, in cui ogni brano è una stazione emotiva, un frammento di biografia condivisa.
Queste canzoni non appartengono più soltanto ai loro autori: sono entrate nel patrimonio affettivo del Paese, diventando forme simboliche attraverso cui generazioni diverse hanno imparato a nominare l’amore, la perdita, l’attesa.

Il pubblico tranese del Gaber Club ha abitato lo spettacolo con un ascolto raro, quasi rituale. In sala si è creata una comunità interpretante, consapevole di trovarsi di fronte non a un evento di intrattenimento, ma a un atto di trasmissione culturale. Le storie narrate e le canzoni eseguite hanno agito come catalizzatori di memoria individuale e collettiva, riattivando un patrimonio emotivo che continua a definire il nostro modo di sentire e di pensare.

Io che amo solo te si afferma così come un’opera necessaria: un gesto di cura nei confronti della canzone d’autore italiana, intesa non come reliquia del passato, ma come archivio vivente di senso, ancora capace di interrogare il presente e di offrire strumenti per comprendere l’umano.

Carlo Alberto Ronco