Sapete una cosa? Ieri sera ho ritrovato il Marco Galiano che avevo conosciuto anni fa. In occasione del suo insediamento davanti a Palazzo di Città (“un varco che segna il limite di contatto tra Istituzioni e cittadini: può essere barriera o può essere passaggio, viatico” – bella immagine-).
Lo sapevo che avrei ritrovato il vero Marco ed ora deve rimanere così: depurato dagli slogan, dai toni da campagna elettorale, da una frenesia nervosa che non gli apparteneva. Dopo che la campagna elettorale lo aveva quasi trasfigurato, sicuramente per lo stress, le pressioni, i commenti sui social, gli alleati che andavano e venivano. È un Galiano pacato, laico sempre, certo, ma che richiama valori tradizionali.
Cammina con calma sul crinale dell’essere democristiano e laico. Ha la cravatta (eccezione che conferma la regola di non indossarla). Ha invitato gli ex sindaci, Tarantini compreso, condannato inspiegabilmente dalle ex amministrazioni da una “damnatio memoriae”.
È un colpo formale molto apprezzato dall’opinione pubblica. La mossa di uno che sa stare al mondo perché si è allenato a farlo con gli scout, col sindacato, con l’essere maestro nelle scuole di periferia, infine Dirigente nel cuore di Trani, nella mia, nella nostra amata scuola Baldassarre. C’è anche il Provveditore agli Studi, un’altra significativa presenza simbolica: la Scuola chiamata ad interagire con la Politica se c’è da essere esempio, modello.
Io dico che Galiano ha vinto perché ha dimostrato un vecchio valore condiviso e trasmesso ai suoi docenti, compreso il sottoscritto : riuscire a trattare con tutti, dal sempliciotto allo scafato, dal professionista all’operaio.
In questo piccolo ma significativo proscenio davanti a Palazzo di Città, assemblato per l’occasione con forte volontà simbolica, Galiano passa e vede in rassegna il suo mondo, prima di passare definitivamente dall’altra parte della staccionata ma con una mano tesa verso di noi: col bambino che gli porge la fascia, i consiglieri che l’hanno aiutato a tirare la volata in tre mesi, il discorso della prof. Teresa Colacchio, la vice preside a nome dei docenti della Baldassarre, la politica come valore pedagogico, la capacità di raccontare storie ai bambini e sentirsi vivi come uomini e come educatori, citando Rodari, la politica ed il suo servizio disinteressato, don Tonino Bello e l’immagine del grembiule proprio in quel senso, il farsi ultimi, l’idea del luogo dove c’è qualcuno che sta preparando un pranzo per te, citando don Milani, la mano tesa verso gli ex avversari, a cominciare da Angelo Guarriello, i simboli che “pesano” più di tutti come la fascia che pesa, conquistata più faticosamente del previsto, il valore assoluto della partecipazione, senza la quale ogni possibilità, ogni occasione è preclusa.
L’esperienza praticata e vissuta che traccia la vera identità di uomini e donne.
Davvero un discorso efficace, un inizio che dà coraggio e speranza, che ci fa sentire vivi ed ottimisti.





































