Un intreccio pericoloso che ruotava tra Giustizia, ambizioni e incarichi professionali. Da una parte Pietro Amara, conosciuto come l’avvocato dei “misteri d’Italia” nonché l’uomo che ha svelato la presunta esistenza della loggia Ungheria, di cui farebbero parte politici, magistrati e Forze dell’Ordine, che puntava ad accreditarsi presso i vertici dell’Eni. Dall’altra Carlo Maria Capristo, che ambiva alla nomina di Procuratore di Taranto, obbiettivo raggiunto proprio attraverso l’interessamento di Amara.

Un patto d’acciaio, quello tra il legale e l’ex magistrato, basato su interessi personali. È questo il tema dell’indagine sull’ex Ilva, condotta dalla Procura di Potenza, che ieri ha portato all’arresto dello stesso Amara e del poliziotto barese Filippo Paradiso, entrambi finiti in carcere. Per Capristo invece è stato disposto il solo obbligo di dimora, avendo ormai lasciato la magistratura da alcuni mesi. Nel provvedimento della magistratura ci sono anche i nomi dell’avvocato del Foro di Trani, Giacomo Ragno e Nicola Nicoletti, già consulente esterno della struttura commissariale dell’ex Ilva, tutti e due sottoposti ai domiciliari.

I cinque sono stati accusati, a vario titolo, di abuso d’ufficio, favoreggiamento e corruzione in atti giudiziari. Al centro dell’inchiesta, i rapporti tra Amara e Capristo: una volta divenuto Procuratore di Taranto, grazie all’interessamento di Amara (che avrebbe fatto pressioni sul Consiglio Superiore della Magistratura con l’aiuto di Paradiso), Capristo avrebbe favorito Amara e Nicoletti, “ammorbidendo” le indagini sul disastro ambientale provocato dalla ex Ilva, mostrandosi più dialogante e favorevole alle esigenze dell’azienda siderurgica, rispetto all’approccio del suo predecessore Franco Sebastio, che aveva aperto l’inchiesta.

Uno scambio di favori, quindi, con vantaggi per entrambe le parti: nomina in una Procura importante per Capristo e incarichi legali ad Amara da parte di Nicoletti per la difesa dell’amministrazione straordinaria dell’Ilva. A fronte dei vantaggi ottenuti grazie alla posizione conciliante di Capristo, Nicoletti avrebbe poi imposto ad alcuni dirigenti dell’Ilva di farsi difendere dall’avvocato Giacomo Ragno.