Sono tempi difficili per giornalisti come il sottoscritto o Roberto Straniero. Il virus degli “zompa fosso” si sta diffondendo. Per chi come me o Roberto voglia muovere critiche fondate, lontano dai copia e incolla o reggi microfono in circolazione, non si fa in tempo a parlare di un politico o aspirante o sedicente tale, ed a muovergli qualche lecito “appunto”, che quelli si divincolano nel giro di qualche settimana e passano dalla parte politica opposta, negando quanto fatto in precedenza. Per questi zompa fosso e voltagabbana le azioni politiche valgono per l’arco di pochi mesi o qualche settimana. Poi negano, rinnegano, cambiano posizione, svalutando, di conseguenza, quanto il giornalista allergico al copia e incolla, ha riferito su di loro.
Per questi nuovi elementi della pseudo politica odierna tutto è valido ed è valido il contrario di tutto. Hanno sempre ragione, in un modo o nell’altro. Fino ad arrivare alla situazione estrema, finale, di quel divincolarsi: quando un giornalista come Straniero (e tra non molto spero anche io con interviste ad hoc) fa una domanda diretta (Roberto è rimasto l’ultimo a fare domande vere a crudo, come già scrissi) sul perché di certe giravolte o atti inquietanti, quelli, se ne escono sempre con la risposta pronta e preconfezionata, buona per tutte le stagioni: “Lo faccio per il bene della collettività, della comunità, per senso di responsabilità”.
Ho notato che ultimamente anche Roberto alla fine, dopo le elucrubazioni dei “sessantanovisti” della politica, ha replicato con un : “Vabbè…”, che è molto più eloquente di un editoriale.
Allora, a questo punto, dico io, perché continuare a fare analisi elaborate per questi soggetti? Perché cerchiamo ancora di capire il perché ed il non perché? Diciamo che tutte le giravolte, le zompate, i cambi di casacca, i cambi di posizione dall’oggi al domani, i cambi di padrone e di maglietta (potremmo istituire un premio di Mister maglietta cambiata e bagnata), rispondono e s’incanalano all’unica vera, cruda frase, già in voga sin dai tempi della vecchia cara prima Repubblica: “Ce ste’ pe’ me?”, con la variante: “A me ce’ ste'”?





































