A cura di Carlo Ronco.

Ci sono fiori che sbocciano nel silenzio. Non cercano lo sguardo, ma il tempo dell’ascolto. È la stessa impressione lasciata da Inward Songs, il progetto che Sara Rotunno ha portato sul palco della Corte “Davide Santorsola” di Palazzo delle Arti Beltrani per l’ottava edizione di Jazz a Corte: un concerto che ha scelto la via della delicatezza anziché quella dell’esibizione, dell’interiorità invece del virtuosismo fine a sé stesso.

Il titolo del disco, “canzoni interiori”, suggerisce un viaggio personale, ma le sue radici affondano nella natura. I brani sembrano crescere come organismi vivi: si aprono lentamente, cambiano forma, respirano insieme agli strumenti. Viene naturale pensare ai Fiori del male di Baudelaire, dove ogni fiore custodisce una contraddizione, una ferita, una rivelazione. Qui, però, la natura non è simbolo di inquietudine, ma luogo di riconciliazione, uno spazio in cui le emozioni trovano finalmente il coraggio di mostrarsi.
Non è un caso che la musica jazz condivida con il mondo vegetale la stessa capacità di trasformarsi senza perdere la propria identità. Ogni improvvisazione ricorda un ramo che cerca la luce seguendo direzioni imprevedibili, proprio come insegnava Ralph Waldo Emerson, per il quale la natura è il linguaggio più autentico dello spirito. È dentro questa idea che si muove il repertorio della giovane artista pugliese, sospeso tra composizioni originali, standard poco frequentati e grandi pagine della canzone italiana, interpretati con un’ autenticità e genuinità disarmante.

Accanto alla voce di Sara Rotunno, il pianoforte di Francesco Schepisi, il sax tenore di Enzo Bacco, il contrabbasso di Nico Catacchio e la batteria di Gianlivio Liberti hanno dato vita a un dialogo musicale essenziale e mai ridondante. La scaletta ha seguito il ritmo delle emozioni più che quello dei generi. Da Regrets e Nostàlgia fino alle ombre di Black Narcissus, passando per l’eleganza senza tempo di Metti una sera a cena di Ennio Morricone, la poesia di Senza fine e l’intensa dedica a Luigi Tenco con Mi sono innamorato di te.

È difficile uscire da un concerto come questo con la sensazione di aver semplicemente assistito a un’esecuzione musicale. Più corretto sarebbe parlare di un attraversamento. Perché Inward Songs non ha offerto risposte, ma è un invito a sostare, ad ascoltare ciò che nella frenesia quotidiana resta spesso inascoltato. Come un giardino, del resto, la musica non chiede di essere spiegata, domanda soltanto di essere percorsa.
Ed è forse questa la cifra più autentica di Jazz a Corte: ricordare che il jazz, proprio come la natura, continua a rigenerarsi stagione dopo stagione, trovando sempre nuovi modi per raccontare la complessità dell’essere umano.