Mi è capitato di accompagnare in gita scolastica (oggi detta viaggio d’istruzione) una mia classe (ed altre). Meta Lecce. Appena arrivati in centro si sparge la voce circa la presenza di un venditore ambulante di colore, molto famoso tra i ragazzi, in quanto “tik toker” (spero di aver scritto tutto giusto). Giorgio è un ragazzone alto e robusto con treccine alla Bob Marley (che poi ho approfittato per spiegare chi fosse ai ragazzi – che ovviamente conoscevano Giorgio ma ignoravano chi fosse il musicista giamaicano). Giorgio attira tutti i ragazzi a sé come fosse una specie di pifferaio magico e si limita a “poche cose ma buone” come si dice in gergo: canta la sua filastrocca (che tutti ripetono in coro), fa un mini balletto, dice ai ragazzi “vi voglio bene”, infine vende un po’ dei suoi oggetti, dopo gli immancabili selfie.
I ragazzi appaiono veramente felici e non è una frase fatta. Uno si spinge a dire “prof, non ci posso credere, sarei venuto in gita solo per incontrare Giorgio” (poi cerco di farlo ricredere guidandolo tra le bellezze del Barocco leccese – arduo compito, ma qualcosa resterà). Ma alla fine cosa fa Giorgio? Al di là dell’interesse commerciale, tra aumento follower e vendita dei suoi prodotti” mostra di dedicarsi ai ragazzi, di volergli bene, almeno a parole, ma intanto glielo dice, di dedicargli del tempo, di cantare e ballare con loro.
È vero, c’è la componente social che amplifica tutto questo, amplifica il balletto, la filastrocca e le parole. Ma quante volte noi adulti facciamo le stesse cose di Giorgio per renderli felici con poco? E noi non avremmo nemmeno da vendergli alcuna cianfrusaglia.
È arrivato Giorgio, Giorgio è arrivato. Non è basta davvero poco per far felici questi ragazzi di oggi?





































