Dopo la performance da “compagni di classe in salsa bottariana” per accompagnare abbracciati in cerchio, danzanti e dondolanti, i ragazzi alla vigilia della maturità, con solito classico tormentone vendittiano in sottofondo, si è creato un pericoloso precedente.

Il rituale della vigilia della maturità è (era) una piccola consuetudine intima e privata dei maturandi. Un piccolo rito per darsi forza, incoraggiarsi a vicenda. Avrei evitato, da adulto o da matusa (vecchio termine caduto anch’esso in disuso, come ogni forma di contestazione) di mescolarmi dondolando il sedere e canticchiando Venditti.

Vabbè ora mi scriveranno le prof indignate che mi daranno del guastafeste, ma ormai il dado è tratto.

Ora il Sindaco dovrà nominare l’assessore all’ “in bocca al lupo” per i ragazzi che dovranno affrontare tra un anno i primi esami all’università; e perché no l’assessore padrino (occhio che qui certi termini sono pericolosi) per le Cresime dei loro fratelli più piccoli o, “ancora” (cit), l’assessore che balla e canta sotto la finestra insieme al fidanzato che fa la serenata alla sua amata. O, “ancora” (a ri cit) l’assessore che accompagna i ragazzi al primo appuntamento cantando “Ti amo” di Umberto Tozzi.

Un mio affezionato lettore, ex alunno di mio padre ha ieri scritto, in modo cruento ma realistico e razzista al contrario, che due sere fa è andata bene ai rappresentanti istituzionali perché hanno accompagnato dei liceali; se si fossero presentati venti anni fa alla sua, (dell’ex alunno) vigilia della maturità di futuri ragionieri, li avrebbero “scettat a mar”.

“Notte di polizia… forse qualcuno se l’è portato via” (non ho mai capito cosa significasse questo verso nella canzone dei maturandi, chiederò al futuro assessore addetto all’interpretazione dei brani)…