Processo “Carte revolving”, slitta la sentenza per una perizia

Cinque gli imputati: per due chieste condanne. Inchiesta partita nel 2009

Servirà una perizia prima di poter avere la sentenza per il processo American Express, in corso di svolgimento a Trani, contro cinque dirigenti accusati di concorso in usura aggravata e truffa per la diffusione di carte ‘revolving’. A discussione ormai chiusa, il collegio ha disposto, infatti, una consulenza tecnica proprio su questi strumenti finanziari e conferirà l’incarico ad un commercialista e ad un docente di diritto commerciale per la perizia. Solo al termine, i giudici decideranno in merito alle richieste giaà formulate dall’accusa: due condanne a un anno e 4 mesi e un anno e 8 mesi, oltre a tre assoluzioni con la formula dell’insufficienza di prove.

Il pm Michele Ruggiero aveva discusso il 29 novembre scorso e, a seguire, nell’udienza dell’11 dicembre, avevano concluso anche le difese dei cinque imputati, che avevano chiesto l’assoluzione al termine del processo durato tre anni. Alla sbarra ci sono: Giglio Del Borgo (direttore generale e rappresentante legale di American Express Service Europe Limited per l’Italia), Francesco Fontana (rappresentante legale dell’American Express Service Europe Limited), Massimo Quarra (che aveva lo stesso ruolo di Del Borgo dal 12 marzo 2008 in poi), Melissa Perinetti (dirigente dell’area prodotti carte di American Express) e Daniele Di Febo (dirigente dell’area compliance, che cura la conformita’ alla normativa italiana dei prodotti di American Express.

L’accusa contestata, lo ricordiamo, è quella di aver concesso prestiti in denaro attraverso il rilascio di carte di credito ‘revolving’ con tassi di interesse usurari, applicati in caso di ritardi nei pagamenti. La truffa, che avrebbe consentito al colosso americano delle carte di credito – si legge nei capi di imputazione – un “ingiusto vantaggio patrimoniale (costituito dagli interessi usurari)”, sarebbe stata possibile proprio grazie a “clausole negoziali insidiose e non intellegibili” oltre che all’utilizzo di “criteri e tecniche di calcolo degli interessi moratori-usurari scorretti ed erronei”.  L’inchiesta partì nel 2009, in seguito alla denuncia di un cliente di Molfetta che, a fronte di un prestito di 2600 euro, si era visto recapitare una richiesta di 686,54 euro per non aver pagato una rata di 129, 43 euro. Insomma, il tasso di interesse moratorio era del 54,21%, a fronte di un tasso soglia di riferimento del 25,23% stabilito per quel trimestre.